Pubblicato il 09 Maggio 2022
“Questi social che ci dicono come devi vestire
Con chi dovresti uscire, che cosa dovresti dire
Anche se non si vede poi ci mettono pressione
Con tanta leggerezza, ma hanno un peso le parole
Essere se stessi è sempre più difficile
C’è sempre un modello vincente da seguire
Provo a lasciare un messaggio che passi in mezzo
Tra la voglia di vincere e la paura di fallire”
Questa strofa, estratta dalla canzone “Liberi” di Fabri Fibra, secondo me descrive al meglio la relazione tra la tanto discussa “Generazione Z” e i social network in questo periodo storico. Il cantante stesso ha spiegato meglio cosa vuole trasmettere con quelle parole:
In questi tempi in cui sembriamo obbligati a farci vedere sempre sorridenti come se non esistessero i problemi o come se non fosse “cool” parlarne, questa canzone parla dell’importanza di affrontare certi “momenti no” senza sentirsi dei perdenti. Siamo liberi anche di sentirci fuori posto senza farcene una colpa, tanto poi il tempo mette tutto a posto.
Nell’aria c’è un sentimento comune, che non è più quello di fare hype o di mostrare solo i momenti felici della nostra vita, c’è voglia di tornare a vivere la realtà.
Nei mesi di pandemia in cui tutto il mondo è stato in stand-by, l’unica chance di tenersi aggiornati erano le home di Instagram e l’unico modo per svagarsi era creare contenuti su TikTok. Adesso che sembra essere tornato tutto alla normalità, i più giovani, forse i più colpiti dalla pandemia in termini di salute mentale, sentono quella voglia di ricongiungersi con il mondo reale.
Spiegare meglio di così questo conflitto penso sia molto difficile. Basti pensare che, da quando è iniziata la pandemia, tantissimi sono stati i giovanissimi ad allontanarsi dai Social Network, in particolare Instagram e TikTok. Secondo un recente sondaggio, commissionato dalla banca di investimento Piper Sandler, infatti, solo il 22% dei soggetti intervistati di età compresa tra i 17 e i 22 anni ha individuato Instagram come la propria app preferita, in decrescita rispetto al 31% dell’aprile di due anni fa. L’analisi ha mostrato che, nonostante le restrizioni dovute all’emergenza sanitaria abbiano fatto aumentare le attività online, un quinto (17%) dei GenZers ha disattivato i propri account sui social media nell’ultimo anno. La tendenza è evidente in tutta Europa (dal 34% dei giovani finlandesi al 30% nella penisola iberica), in Italia, addirittura, il 25% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ha disattivato il proprio profilo social. A livello globale, ad ogni modo, si registra una riduzione del tempo trascorso online o sul proprio smartphone.
Le ragioni sono varie: stiamo vivendo in un mondo fatto di modelli vincenti da seguire, veniamo tartassati ogni giorno da immagini perfette, persone sempre felici che cercano di trasmettere un’aria di spontaneità attraverso Storie, Reel, TikTok e chi più ne ha più ne metta. Anche se potrebbe sembrare, non sto cercando di scrivere un servizio per Striscia La Notizia o per il TG1, in cui cercano in tutti i modi di screditare il mondo digital, descrivendolo come un luogo di perdizione per l’ormai insalvabile Generazione Z.
Quello che vorrei comunicare è una mia riflessione, un punto di vista diverso.
Quando vi dedicate per passatempo al vostro scroll quotidiano o in modo agonistico, come nel mio caso, notate che sulle vostre home difficilmente troverete contenuti “di successo” che non siano perfetti. Forse soltanto TikTok agli albori proponeva video spontanei e genuini, ma anche questo social pian piano si sta trasformando in una vetrina fatta di influencer e content creator che sponsorizzano un prodotto diverso in ogni video.
Se ci pensate bene, l’obiettivo ormai è solo seguire il trend e salire sul treno della viralità a tutti i costi. Ma cosa intendiamo per trend sui social? Può essere un suono, una tipologia di video o comunque un contenuto che ha raggiunto migliaia di persone per i più disparati motivi. Diventa così popolare che viene riproposto da milioni di utenti che ricreano letteralmente lo stesso video. Ma dove sta l’unicità di ogni singolo individuo che si differenzi dagli altri? Non esiste più, “if you don’t hop on the trend” non sei nessuno, non sei accettato e riconosciuto dalla società. Per me tutto questo è sbagliato.
Questo fenomeno, come detto all’inizio, ha portato tantissime persone ad allontanarsi dal mondo social o ha contribuito alla nascita di nuovi social non social.
È il caso di BeReal.

Una notifica sullo smartphone con scritto “Time to BeReal” e due minuti di tempo per scattare una foto e postarla nel proprio account.
Niente filtri, niente post-produzione, niente di niente.
“I tuoi amici, davvero” è lo slogan di questa app francese che negli ultimi due anni conta già quasi 7 milioni di utenti.
Non esistono like e follower, si può solo interagire tramite le RealMoji, un selfie espressivo utilizzato al posto di toccare l’icona del cuore, del pollice o della faccina che ride. Il profilo si può mantenere privato (di default si entra in contatto solo con i propri amici), oppure si può rendere pubblico.
Il concept di questo nuovo social è studiato ed ideato per essere l’antagonista di Instagram: posta rapidamente, scrolla e vai a vivere la tua vita, esattamente quello che desidera la Generazione Z.
È l’applicazione stessa che ti mette davanti ad una scelta: o posti la tua foto spontanea entro i due minuti o non potrai vedere i contenuti pubblicati dagli altri utenti.

Ovviamente non esistono contenuti sponsorizzati, creati ad hoc per arrivare al tuo target o alla tua nicchia, niente di tutto quello che si vede su Facebook, Instagram e simili.
Ma allora come guadagna BeReal? Scommette sulla propria diversità, promette eterna autenticità, si oppone al fake. Giura che, almeno lui, non vuole usarci come merce di scambio e non vuole il nostro tempo. Allora siamo noi il prodotto? Forse lo sono i nostri dati, che vengono poi rivenduti ad altre app per targettizzarci? No, non voglio fare il complottista, ma seriamente non si capisce come monetizzi questa azienda. Alla fine speriamo che sia tutto real, ma se anche questa si rivelasse un’illusione, non sarebbe la prima e nemmeno la più brutta. Chiaramente ha attirato l’attenzione ed è alto il rischio che la compri lo zio Mark pigliatutto o Elon Musk, il nuovo villain ricco sfondato e pronto a dargli battaglia, stile Green Goblin. Anche se al momento non sappiamo chi tra i due sia Spider-man.
“We want to make people feel good about themselves and their lives”. Questa è forse la frase più emblematica che racconta la vision di questo social network, nessun “modello vincente da seguire”, nessun “social che ti dice come ti devi vestire”.
Questo è tutto ciò di cui avevano bisogno tantissimi giovani e BeReal sembra esattamente orientato a loro.
Dati i milioni di utenti che negli ultimi mesi si sono avvicinati a questa nuova piattaforma, potremmo tranquillamente parlare di un social destinato a rimanere e a dare filo da torcere ai colossi che dominano il mondo digitale in questo momento.
Ma perché le persone dovrebbero scaricare un social in cui non si socializza? In cui non si scambiano idee e di conseguenza non si viene a creare una rete di relazioni che tiene incollato l’utente allo schermo?
Per capire al meglio lo scopo di questo social, ho deciso di utilizzarlo per un breve periodo di tempo (e onestamente continuo a farlo). Premetto, però, che non ho abbandonato le altre app, come potrei mai farlo?
La mia esperienza su BeReal è stata sin da subito molto positiva. Ho cercato di essere un utente attivo, aspettando con ansia la notifica giornaliera “It’s time to be real” e postando una foto spontanea nell’esatto momento in cui arrivava l’avviso. Ho interagito con gli altri utenti provenienti da tutto il mondo, mandando ed accettando richieste di amicizia. Con grande sorpresa ho constatato che il mio utilizzo dell’app ha rispecchiato a pieno il concept pensato dagli ideatori: posta velocemente e vai a vivere la tua vita. Nessuno scroll compulsivo insomma. La media del tempo di utilizzo dell’app sul mio smartphone risulta di 5-7 minuti, tranne per i primi giorni in cui ho esplorato la piattaforma e cercato di creare una rete con gli altri utenti.
Se ve lo state chiedendo, vi dico già che non sono riuscito a crearla. Non perché non sia in grado, ma perché l’app stessa, secondo me, non fornisce gli strumenti necessari per farlo. Niente like, pochi commenti e, almeno per me, l’assenza totale di amici che la utilizzano.
Riguardo a ciò è doveroso aprire una parentesi, sette milioni di utenti in due anni non sono molti nel mondo digitale, basti pensare che TikTok nello stesso arco di tempo ha raggiunto oltre 1 miliardo di iscritti.
A fronte di questa esperienza, mi sento di dire che BeReal potrebbe essere veramente quella piattaforma che riuscirà a sconfiggere l’Instafake che ci circonda sui social in questo periodo.
A mio avviso, però, per riuscirci deve implementare nuovi strumenti di interazione che creino una “rete sociale”, sempre rispettando gli obiettivi che si è posta sin dall’inizio, ovvero mostrare la propria vita no filter e soprattutto viverla a pieno senza avere l’ansia di dover seguire il trend, la moda o il contenuto di successo del momento.
Conoscevi già quest’app? Dopo aver letto questo articolo, la proveresti?
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Davide Bonfiglio

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